A Palermo, nello Spazio Sicuro per donne e ragazze (WGSS) del Centro Penc, prende forma un’esperienza che è molto più di un progetto: è un percorso di rinascita. Qui i laboratori ludico-ricreativi del programma europeo LGNET3, sostenuto dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI) 2021–2027 e promosso dal Comune di Palermo insieme a Sviluppo Solidale, Fondazione Ebbene ETS e Fondazione Don Calabria ETS, stanno diventando un motore di appartenenza, offrendo alle donne migranti strumenti concreti per abitare il territorio italiano con più fiducia e libertà.
Il calendario è ricco: dallo sportello etnopsicologico ai laboratori di arteterapia mamma-bambino, dagli spazi di gioco dedicati ai più piccoli ai percorsi di potenziamento linguistico. Ogni attività intercetta bisogni profondi e quotidiani, e la partecipazione continua a crescere: segno che l’offerta è sentita come necessaria, ma anche che il modello proposto sa essere inclusivo, accogliente e rispettoso delle differenze culturali.
Dietro ogni laboratorio c’è un team multidisciplinare: psicologhe, mediatrici, operatrici legali, case manager. Professioniste che non si limitano a condurre le attività, ma che si prendono cura della persona nella sua interezza. Dal benessere mentale — senza il quale ogni percorso di inserimento lavorativo sarebbe impensabile — alla mediazione linguistica, che restituisce sicurezza e consapevolezza, rendendo le donne protagoniste del proprio cammino di integrazione.
«Questi laboratori muovono processi di autosupporto», racconta una delle operatrici. E i fatti lo confermano: il peer-to-peer tra donne ha già innescato reti di sostegno che vanno oltre le mura del centro, trasformandosi in comunità solidali. Le esperte diventano così leader di comunità e modelli di riferimento, capaci di ispirare fiducia e aprire nuove possibilità, non solo per le beneficiarie, ma per l’intero territorio.
Di certo le criticità non mancano: spazi spesso insufficienti nei momenti di maggiore affluenza, necessità di raggiungere nuove potenziali beneficiarie. Ma i risultati sono già tangibili. L’arteterapia rafforza il legame madre-figlio e l’autostima, lo sportello etnopsicologico intercetta fragilità profonde, i laboratori linguistici aprono porte di cittadinanza.
Integrare significa creare appartenenza e Palermo, con queste esperienze, si conferma laboratorio di convivenza, dove la cura diventa il primo passo verso l’inclusione.
