Molte risorse, scarso impatto: se nasci povero, tuo figlio sarà povero

27/02/2018, 16:17

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«Il problema della povertà minorile al Sud non è che mancano i soldi - certo averli è importante - ma di organizzazione progettuale: così i processi non hanno avuto l’effetto sperato». Intervista a Salvio Capasso, curatore del rapporto “La povertà mi

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27/02/2018, 16:17



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 «Il problema della povertà minorile al Sud non è che mancano i soldi - certo averli è importante - ma di organizzazione progettuale: così i processi non hanno avuto l’effetto sperato». Intervista a Salvio Capasso, curatore del rapporto “La povertà mi



Tutti i dati sulla povertà minorile e la povertà educativa, in fila. E tutte le riflessioni sulla correlazione fra queste due dimensioni. Li trovate nel rapporto "La povertà minorile ed educativa. Dinamiche territoriali, politiche di contrasto, esperienze sul campo", curato da SRM-Studi e Ricerche per il Mezzogiorno con il supporto dei Qes (Quaderni di Economia sociale), Con i Bambini, Compagnia di San Paolo e Fondazione Banco di Napoli. Il volume è stato presentato questa mattina in un convegno trasmesso in streaming. Salvio Capasso, responsabile Economia delle Imprese SRM, ha curato la ricerca con Marco Musella. 

Ci può fare un quadro aggiornato? Quali sono oggi i contorni della povertà minorile, in particolare nel Mezzogiorno?
La nostra idea di fondo era quella di fare una analisi che partisse nella moderna accezione di povertà per comprendere come e dove i minori in povertà sono inseriti e quali fattori spaziali e temporali incidono sul loro presente e il loro futuro. Sono tre gli elementi che giocano un ruolo nel perpetuarsi della condizione di povertà: la famiglia, il contesto e l’aspetto formativo/educativo. I numeri ci dicono che l’ascensore sociale non funziona, già da qualche anno: non funziona in Europa, in Italia, tanto meno nel Mezzogiorno. Quello che vediamo è che la povertà dei minori è sempre superiore rispetto al corrispettivo dato che riguarda la popolazione media, c’è una cascata. Per questo l’elemento da sottolineare con forza è la necessità di focalizzare il tema della povertà educativa, perché i dati ci dicono che in Italia i minori che nascono in famiglie a povere hanno un’altissima probabilità di restare poveri, più del 50%. Se vediamo i dati PISA-OCSE e consideriamo i due estremi economici e sociali, vediamo un gap di quasi 100 punti fra un ragazzino nato in una famiglia povera e uno all’altra estremità, già a 15 anni. Quindi c’è una condizione di povertà della famiglia che va aggredita, ma anche un tema parallelo che è quello formativo. I numeri sono tanti, a cominciare dall’abbandono scolastico al 18,4% nel Mezzogiorno rispetto al 13,8% italiano. C’è un uno su tre che torna come un mantra. Che fanno questi ragazzi? Se mettono su famiglia si riparte da capo. Il problema di fondo è questo. L’attenzione sta crescendo, è vero, penso al ReI o al Fondo contro la povertà educativa, ma queste politiche hanno senso se agiscono in maniera multifattoriale e intergenerazionale. Il tema educativo è fortissimo perché l’educazione è l’unica cosa che può portare da uno stato sociale all’altro nell’arco di una sola generazione.

Che cos’è l’effetto cicatrice di cui si parla nel volume?
È un concetto economico, che applicato a questo ragionamento significa che la ferita che si crea con la nascita in un ambiente o in una famiglia difficile crea una cicatrice che resta, un effetto che non si rimargina. Non abbiamo guardato solo i numeri, abbiamo parlato con tanti operatori, tutte la analisi dicono che fra gli zero e i sei anni si crea un effetto cicatrice così profondo che è poi difficile rimarginarlo. Ecco perché è necessario lavorare sulla famiglia e sul minore nello stesso percorso

Un capitolo affronta le politiche pubbliche di contrasto alle povertà minorili: le politiche nazionali, i PON, le novità. Cosa non ha funzionato?
Non si può dire che non siano stati adottati provvedimenti. A partire dalla legge 285 del 1997 fino ai PON 2014/2020 e alla Buona scuola: sono tutte iniziative valide. Il problema è l’eccessiva frammentarietà delle azioni e dei soggetti che ne hanno competenza. I processi non hanno avuto l’effetto sperato, hanno immesso risorse ma non hanno avuto impatto, anzi la situazione è peggiorata per via della crisi economica: l’infrastruttura creata prima del 2007/08 non ha retto alla crisi. Dal 2014, scollinata la crisi, si è entrati in una nuova fase, con un cambio di passo: una novità positiva è l’inserimento di soggetti nuovi che si sono messi insieme facendo attività di advocacy. Si nota un cambio evidente di passo sia nella strumentazione - finalmente multidimensionale. Questa cosa sembra possa avere un impatto, è chiaro che è presto per dirlo e che andrà misurato. Il problema del Sud quindi non è che mancano i soldi - certo averli è importante - ma di organizzazione progettuale: nel momento in cui riesco a creare progetti inclusivi e formativi validi ed efficienti, le risorse arrivano. Se tutto questo fa fatica a svilupparsi è perché c’è ancora troppa frammentazione nei livelli e nei soggetti e si fa fatica a trasferire l’impatto: i soldi si spendono ma risultato non è quello atteso.

Vede però un fermento, dei passi avanti? La comunità educante su cui in tanti stanno puntando, in particolare, potrà segnare una discontinuità vera? 
A livello di questo tema il passo in avanti sembra ci sia. Sono entrati in gioco operatori internazionali con esperienza organizzativa in merito, ad esempio Save the Children e Action Aid: è importante la conoscenza del territorio ma anche l’esperienza organizzativa. Il problema resta l’applicazione, quando la singola associazione deve superare la dimensione artigianale per raggiungere quel limite minimo di struttura che serve affinché il progetto possa avere un impatto significativo: questa parte è ancora da venire, però ci sono i presupposti. Diciamo che adesso siamo nel momento in cui dovrà comprende se si riesce a fare progetti con un impatto significativo o se si rimane alle ottime iniziative.

Cosa farà la differenza?
L’approccio multifattoriale, perché non basta agire solo su una dimensione. Fin’ora abbiamo messo risorse solo per colmare il gap economico, dimenticando che il gap del Mezzogiorno si colma non solo riducendo il gap economico ma anche creando un substrato sociale significativo. Ora abbiamo iniziato ad aggredire la povertà educativa, ma se in parallelo non si creano le condizioni affinché il territorio sappia cogliere le opportunità, avremo un miglioramento ma non il risultato.



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