Nuove etichette, vecchi stili di vita. L’esistenza nelle residenze per disabili

28/08/2018, 17:11

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Un tempo li chiamavano istituti, oggi quasi nessuno usa più questo termine. Sotto nuove etichette, però, resistono stili di vita che non tengono conto della volontà di chi li abita

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 Un tempo li chiamavano istituti, oggi quasi nessuno usa più questo termine. Sotto nuove etichette, però, resistono stili di vita che non tengono conto della volontà di chi li abita



Nunzia aveva undici anni e due giorni quando mise per la prima volta piede al Cottolengo di Roma, Casa della divina provvidenza, un istituto che somigliava a un ospedale e accoglieva 600 persone con disabilità, quasi tutte donne. Fu collocata in un reparto di bambine e ragazze fino a 20 anni di età, ma era una delle più piccole. In quell’istituto ci rimase dal 1959 al 1974, 15 lunghi anni durante i quali non proseguì gli studi, fermandosi alla quinta elementare. 

Nunzia Coppedè oggi è presidente della Fish (Federazione italiana superamento dell’handicap) Calabria, ma la sua presa di coscienza sul diritto delle persone disabili a un’esistenza quanto più autonoma e ricca è cominciata proprio tra le mura di quella struttura, dove veniva sfamata e accudita, senza che nessuno si domandasse cosa quella bambina sventurata potesse desiderare per la sua vita. Nunzia ha scelto di raccontare la sua esperienza di "istituzionalizzazione" all’interno di un volume realizzato dalla Fish e appena pubblicato dall’editore Maggioli: "La segregazione delle persone con disabilità. I manicomi nascosti in Italia"

Si tratta di una raccolta di interventi a cura di Giovanni Merlo e Ciro Tarantino che intende richiamare l’attenzione su un tema poco dibattuto anche all’interno dello stesso mondo della disabilità: quello delle tante strutture residenziali dove migliaia di persone con vari tipi di deficit vivono ancora separate ed escluse dal resto della società. Come Nunzia, che negli anni della rivoluzione giovanile e dell’emancipazione delle donne sperimentò sulla propria pelle l’esperienza della vita in un luogo fatto di spazi anonimi, grandi camerate e regole inderogabili. 

"Il più grande problema era quello di trovare qualcosa da fare per passare il tempo, le giornate in quel luogo erano lunghe e insignificanti - scrive -. Gli orari davano già una dimensione reale di segregazione, al mattino ci svegliavano presto perché dovevamo sentire la messa dai microfoni, alle 7.30 passava il prete e ci portava la comunione a letto, noi l’attendevamo sedute con un velo in testa, per le 8.30 arrivava la colazione; il giorno del mio onomastico, il 25 marzo, mi arrivava la cioccolata con i biscotti. Se volevo potevo alzarmi, qualcuno mi aiutava, ma non ero obbligata a farlo. Alle 11.30 arrivava il pranzo, alle 17.30 la cena, alle 19 si andava a letto e alle 21 si spegneva la luce". 

Mattino, pomeriggio e sera scorrevano sempre uguali, scanditi dalla rigida routine delle preghiere. Le ragazze recitavano l’intero rosario con le suore: una lunga serie di Padre nostro, Ave Maria e Gloria. "Man mano che passava il tempo il rapporto con il mondo esterno si riduceva agli sporadici ritorni in famiglia. La mia vita era lì, in quello spazio limitato si spegneva sempre più la speranza di riprendere la scuola"

Le uniche occasioni di svago erano gli incontri organizzati dal Centro volontari della sofferenza, i viaggi a Lourdes con l’Unitalsi, le visite dal Papa con le dame di San Vincenzo. Le buone signore chiedevano alle ragazze di pregare per loro, il Signore avrebbe accolto con benevolenza le loro preghiere. Ogni tanto arrivavano anche i benefattori e le benefattrici, persone vestite di tutto punto che le ragazze dell’Istituto accoglievano in fila lungo il corridoio. 

Nunzia si vergognava da morire, specie quando distribuivano dolci, indumenti e soldi. Alcuni facevano parte di un partito politico identificato da uno scudo crociato che, a tempo debito, le ragazze votavano in massa. "Ho deciso di raccontare la mia storia perché era l’unico modo di denunciare la segregazione che io stessa ho vissuto", spiega la presidente della Fish Calabria, che ha dedicato tutta la sua vita all’inclusione delle persone disabili e delle loro famiglie. Nel 1992 ha pubblicato per la casa editrice Sensibili alle foglie l’autobiografia Al di là dei girasoli, premiata da quattro edizioni e cinque ristampe, oggi scaricabile dal suo sito nunziacoppede.it. 

A distanza di quasi 45 anni dal giorno in cui ha lasciato l’istituto, Nunzia è convinta che la sua esperienza abbia ancora molto da insegnare. "Purtroppo le situazioni di segregazione non sono un ricordo del passato. Sotto apparenze diverse, certe dinamiche continuano a ripetersi", precisa. 
Al tema dell’istituzionalizzazione delle persone con disabilità è dedicata l’inchiesta di SuperAbile Inail, pubblicata sul numero 6/2018 e curata da Antonella Patete.




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