Storie di adozione: così ci è cambiata la vita

05/07/2018, 12:29

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Vita ha raccolto alcune testimonianze per restituire dignità e valore ai percorsi adottivi. Storie di adozioni internazionali e di esperienze che arricchiscono

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 Vita ha raccolto alcune testimonianze per restituire dignità e valore ai percorsi adottivi. Storie di adozioni internazionali e di esperienze che arricchiscono



C’è Julio, il «rapper alieno» atterrato dalla Colombia nella famiglia di Maria Rosaria, Giovanni e Nicola. È stato Nicola ad andare a prenderlo nella stanza accanto nella sede dell’ICBF, dopo l’entrega: «è uscito con coraggio, come solo un bambino sa fare. Perché solo i bambini sanno cosa vuol dire fidarsi di chi li guida». E c’è Yuanmo, arrivato dalla Cina, che ogni volta che esce di casa si lancia in una corsa a perdifiato, tra la porta del condominio e il cancellino sulla strada: «ma la vita non è una gara, è più lenta, a volte più difficile e imprevedibile», scrive papà Davide. E ancora Sigang che al primo incontro ha domandato soltanto alla guida di chiedere a quei due estranei «se ti vogliamo bene e che al nostro sì emozionato hai saltato e ti sei fidato. Ti hanno messo la mano nella mia e siamo scesi dalle scale... non ti sei mai voltato indietro e non hai mai versato una lacrima».

Sono questi alcuni flash delle tante testimonianze che ci avete inviato per raccontare l’adozione internazionale. Storie in cui la sofferenza, lo sconforto e la pazienza, le domande senza risposta si mischiano alla gioia, alla meraviglia e alla gratitudine dell’essere genitori. C’è chi racconta di un’attesa durata nove anni, durante i quali «è successo di tutto e nulla è andato come avevamo immaginato», ma in cui la parola "dono" torna più volte.

Ci hanno scritto anche giovani adulti, per raccontare la fatica di ritrovarsi a crescere dall’altra parte del mondo, il fare i conti con una scuola che spazza via «otto anni in Ucraina come un ramo secco», con «i ricordi dei primi anni che hanno danzato incerti ogni sera nella penombra della mia camera, evanescenti come la luce di una candela». O la «continua e quotidiana lotta contro il pregiudizio ed il razzismo», il ritrovarsi ancora oggi ad essere giudicata «come "donna colorata" e non come professionista» e il dover spiegare ai propri figli «come reagire alle provocazioni». Storie di chi ha saputo affrontare il viaggio alle origini: «via le omissioni, le mezze ammissioni, il forzato mantenimento dello status quo. Era giunto il momento di ricucire la nostra storia». E la testimonianza di un bambino mai arrivato in Italia, il dolore di un’adozione cancellata sulle carte ma non nei cuori di chi l’ha vissuta.

Che cos’è alla fine l’adozione? «Non un atto di bontà, mi viene l’orticaria quando qualcuno ci definisce "bravi" o "generosi"», scrivono Maria Rosaria e Giovanni. «Se è vero che carità significa "dono", nel caso dell’adozione questo è un dono di amore e deve essere reciproco. È l’incontro di due bisogni: di noi, che vogliamo essere genitori (per la prima, o la seconda, o terza volta) e del bambino, che ha bisogno di genitori. Penso sia pericoloso, soprattutto per il bambino, pensarlo come un atto unidirezionale», scrivono Marco e Clara. O ancora - come dice Ilaria - «ai miei figli posso solo dire loro grazie, grazie di avermi adottata come mamma».

Un intero capitolo del bookazine in distribuzione dal 7 luglio è dedicato alle vostre testimonianze, ma nel numero c’è molto di più: un’analisi del punto in cui siamo, con uno sguardo al mondo; una lunga intervista a Laura Laera, la vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali; le reazioni di quattro responsabili di importanti enti autorizzati; le riflessioni di sei autorevoli esperti sugli snodi da cui le adozioni internazionali di oggi e di domani non potranno prescindere.


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