1 maggio, una festa per tutti? Ecco cosa è cambiato per i lavoratori disabili

02/05/2018, 01:39

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Ha quasi 20 anni la normativa per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, nata per rimuovere ostacoli e barriere dai luoghi di lavoro e creare una cultura dell’inclusione. Da gennaio qualcosa è cambiato. In meglio?

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 Ha quasi 20 anni la normativa per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, nata per rimuovere ostacoli e barriere dai luoghi di lavoro e creare una cultura dell’inclusione. Da gennaio qualcosa è cambiato. In meglio?



Gli ultimi dati ufficiali risalgono al 2014-2015 e sono stati pubblicati nella Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge per il diritto al lavoro dei disabili, trasmessa a febbraio dal ministro del Lavoro Poletti. Ne emerge che il "lavoro per tutti", quello che include e non esclude, quello che per legge dovrebbe essere garantito come diritto fondamentale anche a chi ha una disabilità, qualche passo avanti lo sta compiendo. Aumenta infatti il numero di persone che si iscrivono al collocamento (e dunque che cercano lavoro), ma aumenta anche il numero degli avviamenti effettivi al lavoro con una crescita, fra i contratti stipulati, della quota di quelli a tempo indeterminato.

Lavoro per tutti, qualche dato positivo. Se infatti gli avviamenti al lavoro delle persone con disabilità nel 2012 e nel 2013 avevano toccato il minimo storico, scendendo sotto quota 19 mila, nel 2014 il dato è arrivato a toccare le 28mila unità, con un incremento superiore al 50% rispetto ai dodici mesi precedenti, e nel 2015 - a quota 29 mila - si è aggiunto un ulteriore incremento del 5%. Una vera e propria impennata si è registrata a partire dall’ultimo trimestre del 2015, con circa 3 mila avviamenti al mese, contro i 2 mila mensili dei primi 9 mesi dell’anno. Merito, sostiene il ministero del Lavoro, anche del Jobs act, che con il decreto n. 151 ha messo mano anche alle norme sul collocamento obbligatorio. "E’ probabile - si legge nella Relazione - che alcune delle previsioni della normativa modificata dal D.lgs 151/2015 abbiano potuto giocare un ruolo positivo, con particolare riferimento all’ampliamento della possibilità del ricorso alla richiesta nominativa". 

Cosa è cambiato? l sistema del cosiddetto "collocamento mirato" è stato appunto riformato in parte dal d.lgs. n. 151 del 2015 ("Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità", in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183) che prevede, in sintesi: la programmazione di linee guida per il collocamento mirato; la revisione degli incentivi all’assunzione; la previsione di una specifica banca dati nazionale dedicata al collocamento mirato; l’incremento delle competenze del Fondo regionale per l’occupazione dei disabili; modifiche al Fondo per il diritto al lavoro per i disabili; una modifica della disciplina che riguarda i soggetti obbligati agli adempimenti di cui alla L. n. 68/1999, che di fatto estende l’obbligo anche alle aziende più piccole. 

Le preoccupazioni. Qualcosa però, in questo scenario rinnovato, destava subito allarme tra alcune associazioni: sotto accusa, oggetto di proteste, presidi e ricorsi collettivo, era soprattutto l’estensione della cosiddetta "chiamata nominativa". " "Una forma di discriminazione indiretta - la definiva Virginio Massimo, presidente dell’associazione ’Tutti, nessuno escluso’ -, ma anche una palese violazione della Direttiva europea 2000/78/CE e dei principi generali di non discriminazione e pari opportunità nell’accesso al lavoro. Riteniamo che le nuove norme limitino il paritario accesso al lavoro per le categorie di persone con disabilità maggiori che sono inserite nelle liste di collocamento, essendo la modalità numerica di chiamata ormai del tutto eliminata". Per Umberto Gianloreti, presidente della Consulta cittadina per la disabilità di Roma, "un ritorno al passato, che sconvolge la legge 68/99. L’avviamento al lavoro e l’inserimento al lavoro delle persone con disabilità non può essere lasciato alla libera scelta di imprenditori o Pubbliche amministrazioni. I più fragili non sono garantiti. E ancora oggi resta eluso il tema dei controlli che continuano a non esserci o ad essere insufficienti"

Le linee guida che non ci sono. Se questa della chiamata nominativa resta forse la più discussa tra le novità introdotte dal Jobs Act alla normativa sull’inserimento lavorativo, c’è un altro nodo critico che ancora non è stato sciolto: le linee guida. Invocate da associazioni e sindacati, previste dal decreto (entro 150 giorni dall’entrata in vigore), di fatto oggi ancora non ci sono. Sollecitate ormai più di un anno fa dalle deputate del Partito democratico Patrizia Maestri e Maria Luisa Gnecchi, componenti della Commissione Lavoro della Camera, erano state promesse come imminenti dalla sottosegretaria Franca Biondelli, ma da allora ad oggi non si sono ancora viste. 

"Le linee guida - ci spiega Maestri, tornando a denunciare questa lacuna - hanno l’obiettivo di portare alla costruzione di una rete integrata per migliorare il sistema di inserimento lavorativo anche attraverso la promozione di accordi territoriali con i sindacati e le organizzazioni datoriali e di sostenere la predisposizione di progetti di collocamento mirati. Si tratta di uno strumento che è parte essenziale di quella riforma delle politiche attive e dei servizi all’impiego - aggiunge - che rappresenta la chiave di volta per dare una possibilità di lavoro, in particolare, ai giovani, alle donne e alle persone disabili. Al riconoscimento del diritto al lavoro per i disabili, sancito dalla legge, è necessario dare sostanza. Il forte inasprimento delle sanzioni per le aziende che eludono l’obbligo di assumere disabili in ragione del numero degli occupati, recentemente entrato in vigore, ha rappresentato una prima risposta alla necessità di rendere disponibili posti di lavoro".



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